giovedì 7 maggio 2015

"A MOUSE TOOK A STROLL..."

 
 Recensione di 
Iara Ciccarelli Dias

The Gruffalo
Testi di:
 Julia Donaldson
Illustrazioni di:
 Axel Scheffler
Macmillan, 1999

Consigliato a partire dai tre anni.


C'è un libro per bambini che amo molto: A spasso col mostro1. Si tratta di un albo illustrato. È scritto in versi e in rima. I versi sono divertenti, cadenzati, facili da memorizzare e ripetere.
L'autrice è inglese. Finora l'ho letto nella traduzione italiana. Ai bambini piace sia per il testo sia per le illustrazioni, accattivanti, curate e ricche di particolari.
Quest'anno l'ho letto in lingua originale: oltre a Matematica, Scienze, Musica e Motoria, da settembre insegno anche Inglese in due classi terze. Sebbene sia stata io a scegliere di cimentarmi nell'insegnamento di L2, non posso nascondere le mie preoccupazioni ad avviare un lavoro in una lingua che sto studiando solo da due anni. Insegnare una lingua straniera non è semplice, non è ovvio, non è scontato.
Interrogativi, dubbi e tantissime perplessità: Come iniziare? In che lingua parlare? Cosa proporre? Sono entrata in classe piena di timori: non sono laureata in lingue, non conosco l'Inglese a tal punto da avere una perfetta pronuncia. Ho il diploma PET che certifica un livello di conoscenza della lingua che il M.I.U.R. ritiene sufficiente per rilasciare l'abilitazione all'insegnamento. Che significa insegnare la lingua inglese nella scuola primaria?
A parte tutte le considerazioni che possono emergere a tal proposito, mi sono detta che non sarei stata un'insegnante peggiore di altre, per lo meno avrei potuto trasmettere la passione per una lingua straniera e contagiare i bambini con la curiosità per un altro alfabeto, per altri suoni, per altre parole. Avrei imparato con i bambini, proprio come ho imparato ad amare la Matematica insegnandola. Questa speranza si sta realizzando. Mi accorgo di giorno in giorno che mi piace quest'avventura nell'universo linguistico inglese e mi piace come la sto affrontando. Riscopro anche l'entusiasmo iniziale, quello che anima le maestre a inizio carriera, appassionate di scuola, di bambini e della relazione magica che si crea facendo insieme.

In una riunione di inizio anno, le insegnanti delle medie hanno “chiesto” alle maestre di Inglese della primaria di concentrare l'attenzione sull'ascolto di parole frasi e canzoni. Insomma, avremmo dovuto sviluppare il “Listening”2 e non il “Writing” Ma come si fa a tenere separate le competenze? E come si può fare per mantenerle “unite”? Leggendo. Ho scelto The Gruffalo di Julia Donaldson, proprio quel libro che ero solita leggere ai bambini in italiano.
In libreria ho trovato una bella edizione in lingua originale con allegato un CD. Le illustrazioni sono grandi e il CD contiene la traccia audio del testo: una lettrice inglese legge la storia interpretandola in modo coinvolgente con voci, esclamazioni, sospiri e pause. 

Illustrazione tratta dal libro
La storia racconta di un topolino che durante una passeggiata nel fitto bosco incontra, uno dopo l'altro, una volpe una civetta e un serpente. Il topino sembra appetitoso e i tre animali vorrebbero mangiarlo ma il topo, piccolo ma astuto, riesce a ingannare i predatori dicendo che deve incontrare una creatura chiamata Gruffalo. Il topino descrive l'essere aggiungendo sempre nuovi particolari spaventosi e per renderlo più terribile dice a ciascuno di loro che il piatto preferito del Gruffalo è la volpe arrosto, il gelato di civetta e il pasticcio di serpente. 
A questo punto i tre avventori affamati fuggono via spaventati e il topino continua a passeggiare fischiettando, burlandosi della loro stoltezza. Mentre passeggia ridacchiando, s'imbatte nel mostro che pensava di essersi inventato. Il Gruffalo vede la piccola creatura e vorrebbe mangiarla. Il topolino però riesce a burlarsi anche del mostro gigante che alla fine della storia si convince di avere di fronte un terribile topo malvagio. 
L'albo è consigliato a bambini a partire dai tre anni di età. Io lo leggo di solito in italiano fino alla terza classe. Non è una storia scontata e non è prevedibile. Il topino descrive una creatura mostruosa senza essere consapevole della sua esistenza. Quando finalmente scopre che si tratta di un essere reale, non fugge, non si scoraggia. Ha fiducia in se stesso, rischia, azzarda. Usa l'intelligenza e la logica per prendere in giro un mostro molto più grande, molto più forte, che potrebbe divorarlo in un istante. Ai bambini non piacciono i libri ovvi, non piacciono le storie in cui si intuisce il finale fin dall'inizio. Il Gruffalo è pieno di sorprese che aiutano i bambini a intuire che niente è come appare: un piccolo topo marrone può essere molto più furbo della volpe, più saggio della civetta e più cinico del serpente e prevalere su un mostro grande e grosso dotato di artigli, zanne e denti minacciosi. 

Illustrazione tratta dal libro
Anche il testo inglese è in versi e in rima. Rime gustosissime e sonore. Si intuisce un ritmo e una musicalità piacevoli. Oltre ad essere gradevoli per i suoni che esse mettono in risalto, le rime aiutano a memorizzare la pronuncia e a ricordare le parole. I bambini ricordano il lessico se è associato a qualcosa che ha senso per loro e un contesto piacevole facilita la memorizzazione. 
Al termine del libro abbiamo realizzato un cartellone: un grande foglio ospita un grande Gruffalo, il topino e i tre malcapitati predatori. Ci sono gli alberi, la casa della civetta, della volpe e del serpente; c'è un sentiero e una roccia. C'è il sole, le nuvole, il cielo, farfalle, lucertole e uccellini in volo. I bambini hanno scritto vicino a ogni disegno la parola inglese corrispondente: quando ho distribuito dei foglietti dove scrivere, erano contenti di poterlo fare, eccitati e curiosi, ma non intimoriti. Alcuni si sono cimentati da soli, guardando il quaderno alla ricerca della parola da scrivere; altri venivano vicino a me e insieme abbiamo ricordato la parola e l'abbiamo scritta, pronunciando cioè lettera per lettera usando l'alfabeto inglese.
Disegno di un bambino
Mentre lavoravamo per la realizzazione del cartellone, mi rendevo conto che non è necessario cambiare metodo in L2: possiamo affrontare l'insegnamento-apprendimento di una lingua straniera nello stesso modo in cui impostiamo le attività di letto-scrittura in Italiano. L'essenziale è partire da da un tema-argomento scatenante attività e giochi di lettura e scrittura. Un buon libro per bambini, possibilmente di un autore riconosciuto e valido per scrittura e tematiche affrontate, può rappresentare un contesto di apprendimento motivante. È indispensabile che l'insegnante non assuma un atteggiamento “integralista” nel rapporto con la lingua straniera: non si può pensare di usare l'Inglese come unica o prevalente lingua veicolare in classe, soprattutto agli inizi. L'obiettivo non è quello di stressare i bambini, di farli sentire inadeguati. Bisogna dosare il grado di difficoltà e presentare in Inglese solo ciò che si è sicuri che possa essere compreso attraverso l'intuizione e la logica, attraverso anticipazioni di significato guidate dal contesto di riferimento.
Se si presenta un libro è opportuno che l'avvicinamento al testo sia sereno, leggero. I bambini devono poter percepire il gusto e l'entusiasmo dell'insegnante-lettore. Si deve procedere guidando passo passo i bambini alla scoperta di altri suoni, di parole che saranno ricordate perché significano qualcosa di fondamentale per comprendere la storia, come i nomi dei personaggi principali. La lettura rappresenta sempre un'avventura, un viaggio. Leggere/ascoltare un libro in un'altra lingua apre porte inattese anche in bambini che sembrano indifferenti o si dichiarano non interessati alla lingua. La storia trascina, stimola la curiosità, scatena domande e riflessioni, attiva la logica.

Mentre leggevo i versi, mimavo le parole e i verbi che via via pronunciavo: i bambini si divertivano a indovinare cosa stessi mimando e associavano il significato alla parola letta. Era un gioco, una lettura attiva. Nessuno si è sottratto, nessuno è rimasto solo a guardare. C'era caos, ma era un disordine creativo e stimolante, pieno di buone speranze.
La fase successiva era forse più noiosa per i bambini, ma necessaria: si trattava di fissare sul quaderno le parole apprese: un' ulteriore tappa per la memorizzazione del lessico. Non si può tralasciare la scrittura nell'apprendimento di una lingua, è fondamentale. Inoltre i bambini si sentono gratificati nel momento in cui riconoscono le parole e il loro significato. I quaderni andavano via via arricchendosi di disegni e di nomi, di aggettivi, di verbi.
Una volta letta-mimata una parte, facevo ascoltare lo stesso brano dal CD, con la fluidità di un lettore madrelingua, con la giusta intonazione. E allora accadeva una magia: i bambini si accorgevano di comprendere ciò che stavano sentendo. Sentivano pronunciare le parole che avevano trascritto e ne ricordavano il significato. Se non tutto, comprendevano il senso generale. Si percepiva dai loro occhi, attentissimi a catturare i suoni che richiamavano una parola. 

Quando abbiamo concluso la lettura, ho atteso un po' prima di proporre la visione del cartone animato tratto dal libro. Il filmato è in rete. È in Inglese, completo. È stata una sorpresa per loro e per me. Non mi aspettavo un'attenzione così partecipata. Alcuni bambini parlottavano tra loro, commentando le scene. Il cartone comprende una sequenza non presente nel libro: dopo averla vista, ho interrotto la proiezione e ho chiesto loro se mi sapevano dire cosa stesse accadendo.
Immagine del film: https://vimeo.com/90957237
Le immagini aiutano a sviluppare le aspettative di coerenza: non si sono fatti intimorire dal fatto che non capissero cosa stessero dicendo i personaggi. Tutti hanno compreso la scena, avvicinandosi moltissimo al significato delle parole. So che a casa, alcuni di loro continuano a guardare il cartone. Me lo dicono, tutti entusiasti. Altri hanno comprato il libro, nella versione italiana. È nata una bella discussione collettiva riguardo la traduzione di un libro da una lingua all'altra. Tradurre è tradire? È modificare e stravolgere? La storia è la stessa, ma le parole no. Leggendo il libro in italiano, i bambini si sono accorti di alcune differenze e mi hanno chiesto perché, per esempio, “His favourite food is Owl ice cream”3 fosse diventato “e mangia civette con tutte le piume”4. Una bambina ha osservato:
«Due lingue diverse devono raccontare la storia con parole diverse! Le rime non possono essere le stesse!» Infatti come si può rendere la stessa rima traducendo alla lettera le parole e le frasi? “Wood” fa rima con “good” ma “bosco” non fa rima con “buono”.
Se i bambini si appassionano a un libro, se si divertono mentre imparano; se le parole evocano dei significati anche affettivi, la lingua straniera non sarà un ostacolo, non sarà un nemico. Una bambina mi ha detto: «Maestra, ora Inglese mi piace, mi piace il Gruffalo!»

Recensione pubblicata nella rubrica Letture del n° 2/2015 di CE. 

1Julia Donaldson, A spasso col mostro, Edizioni EL. Edizione italiana de The gruffalo.
2Listening, Speaking, Reading, Writing sono le competenze linguistiche corrispondenti a Ascoltare, Parlare, Leggere, Scrivere.
3Julia Donaldson, The Gruffalo, p.8: Il suo cibo preferito è il gelato di civetta.
4Ibidem, edizione italiana, p.8.

lunedì 23 marzo 2015

LA PIETA' NON AIUTA A CRESCERE


Anne Fine
Come scrivere da cani
(How to write really badly)
BURragazzi, 2000
Illustrazioni di Philippe Dupasquier
Postfazione di Antonio Faeti
Consigliato a partire dai dieci anni


 Diamo la parola alla scrittrice del libro scelto per questo numero, Anne Fine:

La maggior parte dei miei libri, anche quelli per bambini piccoli, tratta di problemi sociali piuttosto seri. Io sono stata sempre affascinata da come gli individui se la cavano in situazioni familiari conflittuali e sono convinta che le vicende personali abbiano risvolti sociali e politici. Ma la gente non ama i libri problematici e io stessa preferisco trovare nelle vicende aspetti divertenti e soluzioni positive. E poiché, in realtà, creo storie per il lettore che è in me, finisco sempre per scrivere romanzi che avrei voluto leggere io, se solo qualcuno si fosse preso la briga di scriverli1.



Anne si concentra non solo sulle situazioni familiari complicate. 
Anne Fine
I suoi temi preferiti sono le tensioni che emergono nel difficile rapporto tra bambini/adolescenti e adulti. Accade sempre qualcosa quando un bambino o un adolescente si confronta col mondo dei grandi: scintille di incomprensione, difficoltà o vuoti di comunicazione, tentativi di affermazione maldestri, temerari, bruschi, spavaldi2. Non sempre c'è un adulto capace di andare oltre, di scavare e far emergere quello che si cela dietro alcuni atteggiamenti che potrebbero apparire problematici, cinici, aggressivi, ostili. 

Non sempre c'è un papà disposto a mettersi talmente in gioco da travestirsi da governante pur di stare accanto ai propri figli, che crescono smarriti all'interno di una famiglia divisa per le contese tra genitori.3  Nelle sue storie niente finisce male; le tensioni e le difficoltà non sfociano in situazioni irreparabili e tragiche. Per ogni pena e problema c'è una via d'uscita, una soluzione dettata da intelligenza, creatività, acume e volontà. Anne Fine scruta ciò che accade all'interno delle relazioni adulto-bambino, le sviscera. Mette a nudo i caratteri, le fragilità, i lati oscuri. Indaga e fa venir fuori tutto, sempre con un tocco di ottimismo e ironia. Qui sta la sua forza: riesce a combinare magistralmente tragedia e commedia; sa fondere abilmente la realtà con la fantasia, con l'umorismo, addirittura con l'assurdo.


I romanzi di Anne Fine non si dimenticano facilmente: restano dentro, impressi nella memoria e nella coscienza. Non solo per i temi trattati. La sua è una scrittura densa, spessa, impegnata, ma fluida e scorrevole.
Scorre veloce la lettura di Come scrivere da cani. È necessario però non affrettarsi, non essere precipitosi: il libro cattura ma ha bisogno di essere “posseduto” con la giusta lentezza. Consiglio di soffermarsi sui dialoghi, di prestare attenzione alle parole che si scambiano i protagonisti: due ragazzi e un'insegnante. L'età dei giovani protagonisti non è definita in modo esplicito, si evince dal contesto. Sembrerebbe trattarsi di due studenti di 9-10 anni. Si chiamano Joe e Chester: un uccellino e un rapace; un bambino spaurito smarrito insicuro ingenuo e un ragazzo estroverso navigato brillante sfrontato brutale cinico presuntuoso.
Chester ha cambiato scuola più volte, passando da una città all'altra e da un istituto all'altro. Nonostante i continui trasferimenti, se la cava piuttosto bene a scuola, è arguto, ha un notevole amor proprio. Ma non lega con gli altri. Mantiene sempre una distanza un po' sprezzante. La famiglia si sposta per seguire il lavoro della mamma, donna in carriera. Il papà fa il casalingo, trascorre gran parte del suo tempo in cucina, dove Chester la sera fa i compiti chiacchierando col padre.
Illustrazione di Philippe Dupasquier

Il libro comincia così: la scrittrice ci presenta i personaggi facendoci entrare nel vivo della storia. Ma a raccontare è Chester, appena arrivato nella nuova scuola. Suo è lo sguardo, suo il linguaggio. Probabilmente stiamo leggendo un diario o delle memorie. Non lo sappiamo, non è rilevante. Ci interessano gli eventi, le tensioni che si vengono a creare, le soluzioni adottate, il finale inatteso e spiazzante per il narratore stesso. Iniziamo a leggere e intanto varchiamo la soglia di un'aula, dove sembra regnare l'armonia e il piacere di fare. Immediatamente facciamo la conoscenza della maestra, Miss Tate, intenta a illustrare ai suoi allievi un lavoro da svolgere in vista di una mostra scolastica. Chester va a sedersi in fondo all'aula, al posto che la maestra gli assegna, accanto al banco di Joe. 
Illustrazione di Philippe Dupasquier
Joe e C
Joe ha evidenti difficoltà di apprendimento. Non ha il senso del tempo, non sa scrivere in modo ortograficamente corretto parole e numeri. Ha difficoltà a leggere e sillaba ogni singola parola. Non riesce a scrivere in colonna i numeri per eseguire una addizione o una moltiplicazione. Inverte la posizione delle cifre. Non arriva a comprendere le frazioni, eppure la maestra gliele spiega più volte. Non riesce a calcolare quanto fa sette per otto e poi otto per sette. Joe finge di aver capito per rassicurare l'insegnante e la maestra finge di credere che davvero lui abbia capito.
Miss Tate sembra entusiasta del proprio lavoro, è appassionata a suo modo. Sa che Joe ha delle difficoltà e vuole aiutarlo. Però non comprende fino in fondo che il suo accanimento è una tortura per Joe. Chester non si fa scrupoli di rinfacciare alla maestra l'inefficacia e l'inutilità dei suoi sforzi:

(…) Un giorno le chiesi:
«Perché lo tortura così?»
Miss Tate inorridì, si sentì accusata. «Torturarlo? Che cosa vuoi dire? Stavo solo chiedendo a Joe se ha capito».
«Ma Joe non sa se capisce».
«Forse a un certo punto lo saprà. Ad alcune persone capita.» E mi voltò la schiena. 4
(…) Ce l'aveva con me, si capiva. Ma anch'io ce l'avevo con lei. Come poteva continuare, settimana dopo settimana, a comportarsi come se, in fondo in fondo (…) il cervello di Joe fosse uguale al mio o al suo? Perché non si rendeva conto che i suoi ingranaggi non funzionavano come i nostri?5

Miss Tate non se ne rendeva conto perché aveva un approccio pietistico nei confronti di Joe. E Joe non si scuoteva, non reagiva fino a quando il nuovo venuto cominciò ad interessarsi a lui nel modo scontroso, brusco e cinico che lo contraddistingue. Chester si occupa di Joe adottando con lui, con estrema e brutale naturalezza, una “terapia d'urto”: gli parla senza mezzi termini, gli dice in faccia che è una frana ma non lo deride, non lo insulta, non gli volta le spalle. Non è pietoso. Non lo commisera.  
Illustrazione tratta dal libro "Come scrivere da cani"
Giorno dopo giorno, il “rapace” aiuta Joe sostenendolo nei compiti, insegnandogli dei trucchetti per cercare le parole sul dizionario, per memorizzare le parole difficili e scriverle in modo corretto. Quando Miss Tate assegna a ogni alunno il compito di redigere un manuale su un argomento a piacere, Joe non sa quale argomento scegliere. Non si sente bravo in niente, sa che combinerà dei pasticci. Chester gli propone di scrivere un manuale su una abilità che solo lui ha: “come scrivere da cani”. Joe accoglie la sfida. Lo scopo è spingere Joe a impegnarsi con un atteggiamento non distruttivo, non da perdente. Chester sa però che quel manuale non vincerà alcun premio alla mostra di fine anno. Non ci sono premi per chi non sa scrivere, non sa leggere, non capisce la matematica e non si 
presenta secondo quanto la scuola prescrive. 


Joe aveva mostrato all'amico delle foto delle sue creazioni, decine di costruzioni geniali realizzate con ogni tipo di materiale. Chester ne era rimasto colpito: come può un ragazzo tanto inconcludente essere così creativo e abile manualmente? Il vero talento del goffo e insicuro compagno doveva essere messo in risalto. Il brutale e presuntuoso ragazzo decide quindi di compiere un piccolo atto criminoso e cambia la lista dei premi. Cancella la voce “migliore lavoro di aritmetica” e la sostituisce con “migliore costruzione fatta in casa”.
Chester, con l'aiuto di un operaio della ditta della madre, carica su un furgone tutte le invenzioni di Joe e le porta a scuola. I compagni di classe restano affascinati, stregati.  

Illustrazione di Philippe Dupasquier
Al momento della consegna dei premi Joe riceve dalla maestra una medaglia. Miss Tate in questa occasione
 sembra capire davvero il suo alunno:

Sapevo che avevi dei talenti nascosti. Ora so quali sono, e verrò da te ogni volta che avrò bisogno di modellini per la matematica6.

C'è un'altra medaglia da consegnare. Un premio extra, deciso dagli alunni. È la volta di Chester, “il ragazzo più disponibile della classe”. Tutti i compagni hanno votato per lui perché Joe ha raccontato a gran voce come è stato aiutato. Il brusco, arrogante Chester è colpito, sorpreso, spiazzato. È contento. Quel premio inatteso gli ha permesso di svelarsi a se stesso. È un riconoscimento che sgretola il muro di indifferenza e cinismo che si è costruito per difendersi dagli altri. Finora ha giocato la parte del duro, dell'autarchico, dell'inaffidabile. Forse ora deve davvero meritarselo, quel premio e cominciare ad essere veramente un compagno disponibile e gentile.

Leggendo il libro la mente scorre i volti dei miei alunni, quelli attuali e quelli che ho lasciato. Penso ad Alessio, a Federico, a Marina, a tutti quei bambini che scrivono in modo quasi illegibile, che svolgono gli esercizi come se stessero facendo un piacere all'insegnante; a quelli che hanno difficoltà a ricordare le tabelline, che scrivono “da cani”. Come agire con loro? Che approccio adottare? Da tre anni “lotto” con un bambino che a giorni alterni mi regala fiori e spade. Andare d'accordo con F. è difficilissimo, si è sempre sulla cresta dell'onda, sempre in bilico. Ciò che ci sta aiutando, da un anno in qua, è la geometria. È la carta. Quando si innervosisce sa che può prendere un foglio di carta e farne ciò che vuole. Allora mi porta ogni tipo di invenzione, scatole, girandole, barche, biglietti. A ricreazione si avvicina con un sorriso malandrino e mi chiede di aiutarlo a costruire qualcosa. I compagni hanno riconosciuto la sua abilità, si rivolgono a lui per avere un aiuto in geometria. Ho alzato la posta in gioco con questa disciplina. Mi invento disegni e lavori sempre più complicati e F. sta lì. Ricettivo, attentissimo e pronto a risolvere le difficoltà dei compagni. Anche il suo quaderno sta cambiando aspetto. Piano piano sta diventando più curato.
Il romanzo di Anne Fine ha risuonato in modo potente dentro di me, nutrendo delle riflessioni che coltivo da tempo: in cosa consiste veramente il nostro lavoro di insegnanti? Qual è il giusto approccio di fronte a bambini come Joe? Fino a che punto possiamo spingerci nel nostro accanimento didattico? In quale misura possiamo intervenire in modo efficace senza torturare i bambini, senza fargli vivere la scuola come una prigione, come un luogo cui fuggire per cominciare a fare, fuori, cose davvero interessanti?

Recensione pubblicata nella rubrica Letture della rivista CE del MCE, n° 1/2015

1http://www.annefine.co.uk/ Anne Fine è una delle più affermate scrittrici inglesi per ragazzi e per adulti.
2Anne Fine, Non c'è campo, Salani
3Anne Fine, Un padre a ore (MRS Doubtfire), Salani
4Anne Fine, Come scrivere da cani, BuRagazzi. p. 56
5Ibidem, p.59
6Ibidem, p. 96

mercoledì 7 gennaio 2015

UNA SCUOLA LIBERTARIA DOVE RIFUGIARSI DALLA GUERRA



Eva Ibbotson 
Lo specchio delle libellule 
Salani, Milano, 2010
(titolo originale The Dragonfly Pool)
Traduzione di Paolo Antonio Livorati
Romanzo adatto a ragazzi e ragazze a partire dai dieci anni



Recensione di Iara Ciccarelli Dias
Lo specchio delle libellule1 non è un romanzo qualsiasi. È un'opera di fantasia, una storia d'avventura e, insieme, un romanzo di formazione con numerosi cenni storici: ci svela qualcosa della vita dell'autrice e qualcosa della storia dell'Europa durante la Seconda guerra mondiale.
Eva Ibbotson è nata in Austria nel 1925 ed è morta nel Regno Unito il 20 ottobre 2010. Il suo vero nome è Maria Charlotte Michelle Wiesner. A causa delle leggi antisemite, emigra giovanissima in Inghilterra. Qui frequenta per un certo periodo una scuola speciale di cui conserva vivi ricordi. Accade spesso che un luogo significativo nella vita di una persona si conservi intatto nella memoria con un potere evocativo molto forte. È quel che accade a Eva: una volta adulta, la scrittrice recupera il suo luogo magico restituendolo al lettore con candore e limpidezza, facendolo diventare protagonista inanimato ma centrale di una storia. 
 
Un'assemblea a Summerhill
All'inizio del romanzo Eva avverte il lettore che nella sua opera ha inserito un dato reale appartenente alla sua storia personale: la frequenza di una scuola progressista. La scuola libertaria Delterton Hall che compare nel libro è realmente esistita, seppure con un nome diverso: nella realtà si chiamava Dartington Hall School. Era una scuola non repressiva, come la più famosa Summerhill fondata da Alexander Neill. 

Al suo arrivo a Dartington Eva reagisce come la protagonista del romanzo, Tally, di undici anni, l'alter-ego della scrittrice. Stupore e smarrimento.Attraverso le lettere di Tally al padre ricostruiamo il profilo di una scuola che nel 1987 è stata chiusa per uno scandalo mal gestito. David Gribble2, con altri due colleghi, insieme a un gruppo di genitori e allievi, capirono che non si poteva perdere la sostanza del metodo educativo che si seguiva a Dartington e fondarono una nuova scuola, la Sands School, tuttora attiva. Storia e finzione si intrecciano senza soluzione di continuità: Eva condivide con il lettore la sua straordinaria esperienza in una scuola speciale dove le lezioni di biologia cominciavano alle quattro di mattina. Con lo sguardo incantato di Tally scopriamo i principi educativi che tuttora animano le scuole libertarie, conosciamo l'organizzazione interna, le assemblee democratiche, le attività, i corsi, i rapporti speciali tra alunni e insegnanti. Eva e Tally frequentano Dartington/Delterton durante la Seconda guerra mondiale, proprio quando il re d'Inghilterra annuncia alla radio l'entrata in guerra della nazione contro la Germania di Hitler. Dal tetto della terrazza della palestra Eva/Tally vede bruciare Plymouth, a cinquanta chilometri di distanza.

Tally arriva a Delterton senza sapere nulla della scuola che la ospiterà. È convinta che si tratti di un collegio per ricchi, uno di quelli frequentati dai suoi cugini, con tanto di regole impossibili, dormitori, scherzi notturni, divise e inchini al preside. Ma già alla stazione di Londra inizia a capire che il suo destino non sarà quello di frequentare una comune scuola privata per sole ragazze. Delterton ha la fama di essere un nido di ribelli, indisciplinati e promiscui ragazzi che danno del tu agli insegnanti: questi giudizi ricorrono spesso nel romanzo, a testimonianza di come venivano considerate le scuole libertarie. Scuole che ospitavano insieme ragazzi e ragazze e non differenziavano il tipo di istruzione in base al genere di appartenenza. I principi educativi di Delterton/Dartington animano tutte le pagine del romanzo, facendolo diventare qualcosa di palpitante e vivo nelle mani del lettore, che divorerà il libro con uno slancio e una passione simili a quelli di Eva mentre lo scriveva. 
 
Summerhill School
The dragonfly pool è un inno alla libertà dalle costrizioni, dagli obblighi di etichetta, dalla violenza dei sistemi totalitari, dalla furia arbitraria e cieca della guerra che ha colpito l'Europa intera. Delterton è il luogo dove è possibile capire chi si è e cosa si è in grado di fare; il luogo in cui si impara a riconoscere nel diritto alla libertà la condizione unica per vivere in equilibrio con se stessi. 
Mentre si susseguono le lezioni, Tally e i suoi amici ricevono l'invito a partecipare a un festival internazionale di danze popolari in una piccolissima nazione europea, la Bergania. Tally convince il preside a partecipare all'evento: bisogna andare assolutamente a rendere omaggio al re di questo minuscolo paese che con coraggio ha negato alle truppe di Hitler il permesso di attraversare i suoi confini in caso di guerra. In lei c'è una tale determinazione che contagia tutti. Una delegazione di studenti si prepara a partire. Con loro andrà Matteo, l'insegnante di biologia, che nasconde un segreto. Un segreto legato alla giovinezza del re. Matteo è un cittadino berganiano. Durante l'inaugurazione del festival viene ucciso il sovrano del paese, è un attentato alla libertà di un popolo. Il mandante dell'omicidio è la Gestapo. I ragazzi di Delterton, animati dallo straordinario istinto di Tally, aiutano Karil a fuggire: il principe ereditario al trono è in pericolo. Matteo, in nome dello stretto legame d'amicizia che lo univa al re, si assume la tutela del ragazzo e partecipa alla fuga. Non c'è da scherzare con i sicari assoldati dalla Gestapo. 
Il viaggio di ritorno in Inghilterra è pieno di insidie, ma anche di occasioni per dimostrare di che pasta sono fatti i ragazzi di Delderton. Tra loro c'è Kit, un ragazzino pauroso, timido, impacciato, represso, in perenne difficoltà con le non-regole della scuola. Durante il viaggio Kit avrà l'opportunità di aiutare Karil e di riconoscere dentro di sé uno spirito combattivo, coraggioso. Kit è importante nel romanzo, dà voce a quei ragazzi che hanno difficoltà a trovare in sé la forza per gestirsi in autonomia, senza che qualcuno da fuori dica e imponga confini, regole e comportamenti. All'inizio del romanzo Kit confida ai suoi amici qualcosa di molto importante per comprendere che la conquista della libertà non ha a che fare con l'apparente assenza di regole prescrittive: «A me non dà fastidio essere represso. Non mi piace quando mi dicono che posso fare quello che voglio. Io voglio che mi dicano che cosa fare.»3  
Un metodo d'insegnamento, una didattica, un modo di fare scuola non è valido di per sé, si misura sempre con i ragazzi con cui stabiliamo la relazione educativa. A volte, una didattica attiva libera da schemi precostituiti e riconoscibili può disorientare, confondere e agitare. Per alcuni bambini il passaggio dalla motivazione manipolata e coatta alla conquista della motivazione interna è più fluida; per altri il percorso è più complicato, lungo e irto di ostacoli, per sé e per gli adulti di riferimento. Sono aspetti cui tener conto, sempre. Non si può dare per scontato che un certo metodo possa andar bene per chiunque da subito. 
 
Il romanzo è lungo ma scorrevole e avvincente. Non posso rivelare tutti i colpi di scena, priverebbero il lettore del piacere della scoperta. 
Eva Ibbotson condisce il romanzo di simboli e di messaggi che non hanno nulla di retorico e istruttivo. È significativo per esempio l'inserimento del mito di Persefone e Demetra all'interno di una storia che racconta la lotta per l'autodeterminazione di un bambino perseguitato (Karil), di un piccolo paese ingannato (la Bergania) e di molte nazioni imprigionate in un conflitto mondiale. 
Il destino del singolo è legato al destino di tutti: il destino di Persefone ricade sulla Madre che disperata dimentica i suoi doveri e lascia che piante fiori ed erba muioano. I ragazzi di Delterton trovano che il mito sia «un argomento pertinente da affrontare in un momento in cui il mondo sembrava avere per la testa tutt'altro che rinnovarsi».4 
Nel mito c'è tutto: c'è il ciclo di morte e vita della natura. Tally e i suoi compagni lo comprendono e decidono di mettere in scena il rapimento e la rinascita di Persefone.

Recensione pubblicata in CE nella rubrica Letture,  n° 4/2014


1 Eva Ibbotson è stata una scrittrice poliedrica: ha scritto di streghe, fantasmi, creature improbabili, contesse segrete, principi in fuga, zie e istitutrici sorprendenti, viaggi avventurosi. In Italia è edita da Salani Editore.
2 David Gribble è il fondatore della Sands School. Per ulteriori informazioni si può leggere di lui e della scuola al seguente indirizzo: http://www.libera-unidea.org/foto%20mostra%20scuola/pannello%2017%2018%2019%2020%20-%20sands%20school.pdf
3 Lo specchio delle libellule, pagina 61.
4 Ibidem, pagina 92

martedì 9 settembre 2014

PRINCIPESSE E PRINCIPI


Titolo: Principessa Piccolina
Autore: Ulf Stark
Traduttore: Pino Costalunga
Illustratrice:  Carla Manea
Editore: Raffaello, nella collana Le Pepite


Consigliato a lettori di età compresa tra i cinque e i nove anni (e anche più)



Due volte a settimana riempio il mio zaino di libri e vado a scuola rinfrancata da questo carico. Martedì e giovedì, oltre a lavorare nella “mia” classe faccio la supplente. Poiché non posso sapere in anticipo in quale classe andrò, il mio zaino è davvero molto pesante: contiene libri per bambini dai 6 ai 10 anni. Non posso fare affidamento su quel che troverò in aula, perché spesso nelle aule non ci sono libri visibili, se non quelli di testo o Geronimo Stilton. Forse ce ne sono altri nascosti?
Gli altri insegnanti che, come me, hanno delle ore a disposizione per le supplenze, fanno svolgere dei compiti, degli esercizi a seconda delle materie che “cadono” in quelle ore. Siccome mi trovo a fare qualcosa che secondo me non ha molto senso - coprire le assenze usando le due ore di compresenza - riempio quel tempo agendo un'obiezione in modo concreto: quel tempo lo impiego leggendo ad alta voce per i bambini.
Alcuni libri circolano tra bambini di età differenti suscitando curiosità piacere e divertimento. Dipende dalla storia, dai protagonisti, dalle illustrazioni. Alcuni libri piacciono sia ai maschi sia alle femmine, nonostante il titolo possa far pensare che siano adatti più a un genere che a un altro. Ma chi lo dice? In libreria troviamo libri pubblicati per ragioni commerciali. Libri che rafforzano stereotipi e diffondono idee di genere che si fa fatica a scardinare se non poniamo la dovuta attenzione alla scelta di altri libri nati da un pensiero diverso.
Illustrazione di Carla Manea
Penso a Principessa piccolina,1 per esempio. Lo sto leggendo spesso, sia nelle classi dei piccoli sia in terza e in quarta.
Come altri libri per bambine, racconta di una principessa. Chi sono che fanno che pensano le principesse delle fiabe e le principesse dei romanzi, dei film, dei cartoni confezionati apposta per reiterare un certo modello di donna? Chi sono che fanno che pensano le Barbie, le Monster High, le Winks anoressiche e alla moda, sull'onda del successo e sempre con un “principe” in mente?
Bisognerebbe fermarsi un attimo e pensare a delle attività centrate su questi personaggi. Non per sottrarre alle bambine e ai bambini la libertà di scegliere i loro modelli ma per cercare di capire se dietro a questi personaggi ci siano davvero dei modelli da “imitare”.
Le fiabe, i cartoni, le serie televisive, i film d'animazione hanno plasmato la nostra immaginazione a tal punto che se pensiamo a una principessa ce la rappresentiamo con il corpo perfetto e con le caratteristiche “tipiche” del personaggio. Diversamente impegnate in faccende domestiche o trascinandosi in lavori diversi, forse non appassionanti, le “principesse” cui siamo abituati aspettano e sognano che un “principe”, obnubilato dalla loro bellezza esteriore, le porti via in un “reame” dove tutto ricalca un certo schema e risponde a delle attese precostituite. L'idea secondo cui una ragazza abbia un certo successo sociale se accompagnata a un uomo è ancora molto radicata. Questa rappresentazione della donna, spesso contenuta nel modello della principessa, è pericoloso. Anche le pubblicità intervengono a rafforzare il sortilegio” secondo cui una donna dovrebbe preoccuparsi di mantenere intatto il proprio corpo, inalterata la propria bellezza per poter conquistare un uomo e per conservare il fascino ammaliatore.
Nessun bambino e bambina si immagina una principessa diversa da quella conosciuta nei libri: non di certo può aspettarsi una principessa nana, come la protagonista di Principessa piccolina. È un libro che non suscita esclamazioni di protesta da parte dei maschi: piace molto anche a loro per il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, per il modo in cui è raccontata la storia.  
Ho scoperto questo libro un anno fa a Bologna, durante un incontro sulla letteratura svedese per l'infanzia2. Erano presenti l'editore, l'autore e il traduttore, Pino Costalunga3. In quell'occasione è stato presentato Principessa piccolina, che mi ha colpito subito anche per la leggenda che ha ispirato la storia. 
Ulf Stark e Pino Costalunga sono amici.
Pino Costalunga e Ulf Stark
 
Parlano tra loro in svedese. Durante un viaggio di Ulf a Vicenza, Pino lo porta a fare una gita a Monte Berico, la collina che sovrasta la città. Di fronte a un alto muro di cinta con sopra una fila di nani, Pino racconta la leggenda di Jana, la principessa nana che si dice sia vissuta nella villa nascosta dalle mura. La leggenda è molto triste: racconta di una ragazza nana innamorata di un principe. Consapevole di non poter mai coronare la sua storia d'amore a causa del suo aspetto fisico, Jana alla fine si uccide gettandosi dalla torre. A Ulf il finale non piace e così decide di riscrivere la storia così come la leggiamo nel libro. 
Quando prendo in mano Principessa piccolina di solito maschero il titolo. Apro il libro dopo aver raccontato di una villa in cima a una collina dove si dice che un tempo sia vissuta una bambina di nome Jahviz, che nella lingua del regno in cui è nata significa “bellissima sorpresa”.
Nella storia agisce una coppia reale, bizzarra e comica. Oltre al re e alla regina c'è anche una maga/strega molto permalosa. 

Illustrazione di Carla Manea
Dopo vari tentativi di rimanere incinta, dopo aver consultato medici e sapienti di ogni sorta, la coppia reale si rivolge a una strega che però viene accolta con sufficienza dal re, diffidente dei suoi poteri. La tracotanza dell'uomo indispettisce la maga che esaudirà il desiderio di un figlio facendo sì che il sogno della coppia reale di avere un “piccolino” si realizzi prendendo alla lettera la parola pronunciata dalla regina. E così, dopo nove mesi nascerà una bambina che a otto anni non crescerà più di statura.
Jahviz cresce poco e niente ma ha una voce incantevole, canta in modo unico, riesce a incantare tutti, tanto che a sentire la sua voce gli animali nella campagna intorno rispondono per mostrare la loro bravura e il pane del fornaio lievita da solo per l'allegria che si respira nell'aria.
Jahviz vive dentro al palazzo, in un'ala ristrutturata apposta per non farle pesare troppo la differenza di statura: tutto il mobilio è proporzionato alle sue dimensioni. La ragazza sa di essere una principessa piccolina ma non si dispera. Trascorre il tempo leggendo, cantando e giocando con un topolino che svolgerà il ruolo di suo aiutante. Di certo non sta in attesa del suo principe, non lo sogna, non se lo immagina neanche.
La sua voce attirerà al palazzo un giovane principe che solo a sentirla cantare se ne innamora senza averla vista. Il re e la regina vogliono dissuadere il ragazzo che si dichiara pronto a sposarla. Lo metteranno alla prova sfidandolo in tre imprese impossibili. Jahviz che ha ascoltato tutto il dialogo tra i genitori e il giovane, decide di aiutarlo. A questo punto emerge il carattere del principe, per niente vanitoso, per niente arrogante. Risulta invece molto simpatico ai bambini che ridono e si divertono ad ascoltare le sue prodezze: infatti non riuscirebbe a cavarsela se non intervenisse sempre la principessa a trarlo d'impiccio e a fargli vincere la sfida. 
Al momento di incontrarlo peròla principessa si rifiuta di farsi vedere perché è convinta che il suo aspetto lo farà fuggire.
Illustrazione di Carla Manea
Dal palazzo Jahviz guarda la nave di lui salpare dal porto e prendere il largo. Non sa però che il principe è rimasto a terra deciso a sfidare il suo timore, determinato a incontrarla suo malgrado. Alla fine della storia il principe si presenterà a lei senza tentennamenti: il suo istinto gli dice che una ragazza con una voce così splendida non può che essere una creatura bellissima, a prescindere dall'aspetto e dalla statura. 
 
La storia raccontata da Ulf Stark dunque cambia completamente le sorti della protagonista della leggenda: Jahviz agli occhi del principe è grande perché occupa tutto il suo mondo, perché è capace solo con la voce di attirare persone e animali che si raccolgono alla sua finestra per ascoltarla cantare.
Alla fine della storia i bambini spesso rimangono in silenzio. Finora non ho sentito alcun commento sulla statura della principessa, sul fatto che fosse nana.
Spesso i bambini chiedono di poter fare dei disegni della storia ma il tempo a mia disposizione termina con il finale del libro. Riesco a malapena a chiedere loro quale potrebbe essere il titolo del libro. Le voci si accavallano gridando: «La principessa piccola! La principessa nana! La principessa piccolina!». 

Recensione scritta a maggio 2014 e pubblicata nel n° 3/2014 di CE, la rivista pedagogica e culturale del MCE

1 Ulf Stark, Principessa piccolina, Raffaello Editore, collana Le pepite, 2012. Traduzione dallo svedese di Pino Costalunga
2 Si può leggere dell'incontro bolognese al seguente indirizzo: http://lestoriecheamo.blogspot.it/2013/10/svezia-ad-alta-voce.html#more e sul n.3/2013 di CE.
3 Pino Costalunga, vicentino, è regista, attore e formatore. Responsabile artistico di Glossa Teatro di Vicenza, (http://www.glossateatro.it/) lavora molto come lettore animatore/promotore della lettura per bambini, ragazzi e adulti e cura corsi sul tema.

mercoledì 21 maggio 2014

RACCONTARE GLI ADOLESCENTI



Recensione di Iara Ciccarelli Dias 


Due casi disperati, Bur Ragazzi, 2009
Ora di Crescere, Bur Ragazzi, 2009
Che stress, Salani, 2006
Bonsai, Salani, 2005 

Romanzi consigliati per ragazzi di età compresa tra i 12 e i 14 anni


Ci sono scrittori capaci di far uscire i personaggi dalla carta e mostrarceli nella loro autenticità. Ci sono scrittrici coraggiose che raccontano senza mistificazioni di argomenti complessi, come l'adolescenza.
Christine Nöstlinger crea un mondo da rappresentare senza scorciatoie, senza ricorrere a un linguaggio ovvio e prevedibile. Lei va al fondo delle cose, delle vicende, dei personaggi che scandaglia fino a farne emergere le stranezze, le stravaganze, i lati bui e non simpatici. Il linguaggio è schietto, frizzante, empatico, reale. Tuttavia, (…) non c'è il desiderio ossessivo di “raccontare la realtà”. C'è fortissimo, invece, il senso dell'atmosfera. Sì, perché noi solo raramente sappiamo riconoscere le atmosfere, il mondo ci sembra tutto uguale, le giornate ci appaiono ripetitive, il succedersi delle stagioni ci sfugge. Quando siamo così, siamo in pericolo. Un mondo guardato superficialmente, di sfuggita, pensando ad altro, non è umano davvero. (…) Ma la Nöstlinger (…) si prende cura di noi e ci aiuta, ci induce a guardare meglio, a prendere coscienza, a capire anche cose indecifrabili, stranissime. 
E lo fa attraverso i suoi personaggi: Barbara, Anika, Julia, Sebastian, Stefan. Adolescenti disordinati, chiassosi, provocatori, impertinenti, saggi, spietati, insicuri, contraddittori, spavaldi e fragili. In cerca di una loro identità sessuale, di una loro autonomia e dignità, non sanno ancora cosa vogliono ma provano, fanno tentativi, prendono strade che non ci si aspetterebbe e riflettono su loro stessi in modo sconclusionato ma autentico. 
La Nöstlinger non ci risparmia mai nessuna sgradevolezza. I suoi libri sono pieni di gabinetti, dita nel naso, cattivi odori, foruncoli, sporcizia, urli, imprecazioni2. (…) C'è proprio tutto, e senza censure, senza attenuazioni, quel che va detto va detto3. (...) Impressiona il suo coraggio, è un coraggio vero che non si concede smargiassate, che non si traveste con l'audacia superficiale di chi ama la facile volgarità4
Per queste ragioni i suoi romanzi piacciono: perché sono autentici attendibili e credibili. Riescono a parlare il linguaggio dei ragazzi e a mediare tra le verità "solidificate" degli adulti e le domande, le esigenze, le intemperanze dei nuovi pre-adolescenti. 

Ho letto Due casi disperati tre anni fa in quinta elementare ad una classe che ho seguito dalla prima. Gli altri non ho potuto proporli perché si rivolgono a ragazzi più grandi, delle scuole secondarie.
Anika                                              Barbara e Stefan



In quarta e in quinta i nostri alunni non sono già più bambini e il linguaggio degli insegnanti forse dovrebbe essere diverso, così le regole e i confini dovrebbero adeguarsi al nuovo profilo dei
ragazzi con cui entriamo di volta in volta in relazione. Nel corso degli anni sono sempre loro, hanno gli stessi nomi, ma il corpo cambia. La ricerca dell'identità, della corporeità non sono quelli di quando avevano sei-sette anni. È innegabile.
Come parlare a/con loro? Non certo con prediche, con discorsi adulti e retorici.
La voce ci viene in aiuto quando sa farsi appassionata interprete di storie fantastiche ma vere, letterarie ma vicine alla realtà quotidiana. 

Leggendo un bellissimo libro che racconta la storia del progetto Chance, Insegnare al principe di Danimarca5, trovo parole che descrivono gli adolescenti in un modo sorprendente per l'energia e l'empatia che suscitano. Carla Melazzini, l'autrice, parte da qui: non si può pretendere che un adolescente parli e discuta e analizzi e comprenda eventi tragici che sono accaduti e che accadono fuori di lui e intorno a lui. Perché l'adolescente ha una propria memoria storica, incarnata nel corpo che cresce. La sua memoria è fatta di tutte le relazioni funzionali e disfunzionali che ha intessuto dalla nascita a quel momento. Gli adulti con cui ha stabilito rapporti non sempre sono (stati) attendibili e in grado di guidarlo, di sostenerlo.
I ragazzi e le ragazze cosa cercano, cosa chiedono? Il rispetto dei loro sentimenti. Quali parole possiamo offrire al bambino-adolescente perché si possa avviare un dialogo fondato sul riconoscimento dei loro bisogni, delle loro emozioni? Le parole di un testo letterario, il cui mediatore siamo noi, gli insegnanti, purché non aggiungiamo alcunché. Leggere e basta.
Che la lettura abbia inizio, dunque.

           Sebastian  e Evamaria                                            Julia
Barbara, Anika e Julia6 sono tre adolescenti alle prese con genitori cui spesso devono fare loro da adulti responsabili. Le mamme si fanno in quattro per mandare avanti la casa e la famiglia. I papà, nel caso di Barbara e Julia, vivono altrove per motivi diversi: il papà di Julia è fidanzato con un'altra donna, il papà di Barbara si allontana dalla famiglia perché estenuato dai rimproveri acidi della suocera, donna invadente e brontolona che gli rimprovera l'infelicità della figlia. Le ragazze hanno una loro vita indipendente da quella dei genitori. Le mamme lavorano tutto il giorno e con difficoltà riescono a conciliare il lavoro fuori casa, sottopagato, con gli impegni familiari. 

Ora di crescere

Nel caso di Anika, la madre ha rinunciato al lavoro per occuparsi della figlia, che però non riesce a stabilire con la Madre un rapporto positivo e comunicativo. In casa sua i genitori si comportano in modo molto infantile, sembrano spiazzati dai comportamenti e dalle nuove emozioni di Anika, alle prese con l'innamoramento, con i primi appuntamenti e con stati d'animo contrastanti.
Julia si innamora di un ragazzo più grande di lei e scrive nel suo diario tutto ciò che le accade dal compimento del suo quattordicesimo compleanno: uno stress totale! Le incomprensioni con la mamma, i contatti con le varie fidanzate del papà, i week-end strampalati col padre, gli alimenti in arretrato, le litigate pazzesche tra i genitori divorziati, la conoscenza, il corteggiamento e la frequentazione con Stefan, giovane studente lavoratore, impegnato socialmente e legato alla Teologia della Liberazione. Non c'è mai un momento per respirare. 


Che stress!
C'è da dire che le adolescenti di queste storie vivono tutte concentrate nelle loro vicende familiari, relazionali e passionali. Non una di loro sembra interessata ad altro, se non ad aiutare la famiglia a risolvere situazioni difficili o a ristabilire equilibri incrinati nella relazione tra i genitori, come nel caso di Barbara. Urla, dispetti, cattiverie, rimproveri, incomprensioni: tutto emerge e arriva ai ragazzi attraverso la voce che legge e interpreta gioia, rabbia, ira, entusiasmo, sollievo delle protagoniste. Barbara riesce a far riavvicinare i genitori, che litigano a causa della loro casa in costruzione che assorbe tutte le finanze familiari ridotte all'osso, motivo di discussioni furibonde in famiglia in presenza dei figli. Litigi e imprecazioni che rimbombano sui pianerottoli e per le scale di un condominio popolare, dove gli appartamenti non dispongono del gabinetto che deve essere condiviso tra vicini di casa impiccioni, maldicenti e bisbetici. Barbara, per prendere le distanze dal pesante e triste clima familiare, trova rifugio in casa di un suo compagno di scuola, un caso disperato. Entra così in rapporto con una famiglia del tutto diversa dalla sua, con problemi difficili ma differenti. Le relazioni si approfondiscono, si creano legami forti, affettivi, fondati sulla schiettezza e sulla fiducia.
Attingendo a risorse inesauribili, le tre ragazze riescono a far fronte alle loro situazioni “disperate”. In ogni esperienza, in ogni avvenimento, in ogni istante, loro ci sono, pienamente. È ora di crescere: sono ore vissute con intensità, con le passioni degli adolescenti. Gli stati d'animo sono espressi senza reticenze: la rabbia, la gioia, l'appagamento. Tutti i ragazzi possono riconoscersi nelle manifestazioni delle emozioni, nei personaggi maschili e femminili perché ad ogni protagonista donna fa da contrappunto un comprimario uomo.
Più complesso si presenta Bonsai7, il romanzo centrato sulle rocambolesche vicende di Sebastian, adolescente egocentrico e narciso alla ricerca della propria identità sessuale. La Nöstlinger riesce ad adattare il linguaggio e lo stile della scrittura alla personalità del ragazzo, immaginando che sia lui a scriverlo, sotto forma di diario. Rispetto agli altri romanzi questo si presenta più complesso, nella forma e nel contenuto. 
Sebastian riflette tantissimo su se stesso, elabora teorie e costruisce complicati sistemi filosofici in cui egli stesso rimane aggrovigliato. Pensa e scrive in modo elaborato, sottile, con frequenti punte di salace ironia. Sembrerebbe che solo sua cugina lo capisca. Ed è l'unica, in effetti, che lo segue nelle sue congetture e nei suoi esperimenti nel momento in cui inizia a interrogarsi circa le proprie pulsioni sessuali: sono o non sono omosessuale? Sebastian vive con la madre avvocato a Vienna, in una grande casa in cui solo raramente sente la mancanza del padre, stabilitosi negli USA con una nuova famiglia. La Mater è perennemente impegnata nel proprio lavoro o nell' improbabile attività di scandagliare l'animo del figlio, così basso di statura per la sua età da venir chiamato col nomignolo di Bonsai. Sebastian, a parte l'altezza, è ben proporzionato, è di bell'aspetto e piace molto a un'altra protagonista delle vicende, la cugina Evamaria una cui trovata scatenerà tutta una serie di comici eventi che si concluderanno con un finale rumoroso, doloroso ma lieto. Il romanzo ruota dunque attorno a due adolescenti: il tormentato Sebastian e l'esplosiva Evamaria. Sarà lei a sciogliere il dramma e a rasserenare il tortuoso cugino. I due ragazzi discorrono di sesso senza inibizioni, con naturalezza: nessuna volgarità emerge a turbare la fluidità e la gradevolezza della lettura. Non si può non ridere delle avventure sfortunate di due adolescenti che, senza l'aiuto e la guida degli adulti (impegnati a sciogliere i loro drammi personali), si avviano a scoprire con paure, inibizioni, entusiasmo, slancio e fughe, il proprio corpo e l'attrazione verso quello di un'altra persona, diversa ma uguale per emozioni e bisogni.
Per Christine Nöstlinger ogni cosa deve essere chiamata col proprio nome: i ragazzi devono potersi identificare e riconoscere in storie vere, oneste, credibili. Lo sviluppo sessuale dei giovani non ammette sofisticazioni: lo stesso Sebastian a un certo punto si accorge di non poterne più di  tutto quel filosofeggiare e con un teatrale gesto liberatorio lancia un libro di Nietzsche su un cumulo di letame. 

Recensione pubblicata nella rubrica Letture del n° 2/20014 di CE, la rivista del MCE. 

1Antonio Faeti, prefazione a Due casi disperati, Bur ragazzi, 1999. pagina 6
2Ibidem, pagina 5
3Antonio Faeti, prefazione a Ora di crescere, Bur ragazzi, 1997, pagina 6
4Ibidem, pagine 6 e7
5Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio editore, 2011
6Protagoniste, rispettivamente, di Due casi disperati (consigliato a partire dagli 11 anni), Ora di crescere (consigliato a partire dalla terza media) Che stress! (consigliato a partire dalla terza media). Che stress! Diario scoppiato di una teen-ager è edito dalla Salani, 2006
7Christine Nöstlinger, Bonsai, Salani editore, 2005. (Consigliato a partire dalla terza media)