lunedì 23 marzo 2015

LA PIETA' NON AIUTA A CRESCERE


Anne Fine
Come scrivere da cani
(How to write really badly)
BURragazzi, 2000
Illustrazioni di Philippe Dupasquier
Postfazione di Antonio Faeti
Consigliato a partire dai dieci anni


 Diamo la parola alla scrittrice del libro scelto per questo numero, Anne Fine:

La maggior parte dei miei libri, anche quelli per bambini piccoli, tratta di problemi sociali piuttosto seri. Io sono stata sempre affascinata da come gli individui se la cavano in situazioni familiari conflittuali e sono convinta che le vicende personali abbiano risvolti sociali e politici. Ma la gente non ama i libri problematici e io stessa preferisco trovare nelle vicende aspetti divertenti e soluzioni positive. E poiché, in realtà, creo storie per il lettore che è in me, finisco sempre per scrivere romanzi che avrei voluto leggere io, se solo qualcuno si fosse preso la briga di scriverli1.



Anne si concentra non solo sulle situazioni familiari complicate. 
Anne Fine
I suoi temi preferiti sono le tensioni che emergono nel difficile rapporto tra bambini/adolescenti e adulti. Accade sempre qualcosa quando un bambino o un adolescente si confronta col mondo dei grandi: scintille di incomprensione, difficoltà o vuoti di comunicazione, tentativi di affermazione maldestri, temerari, bruschi, spavaldi2. Non sempre c'è un adulto capace di andare oltre, di scavare e far emergere quello che si cela dietro alcuni atteggiamenti che potrebbero apparire problematici, cinici, aggressivi, ostili. 

Non sempre c'è un papà disposto a mettersi talmente in gioco da travestirsi da governante pur di stare accanto ai propri figli, che crescono smarriti all'interno di una famiglia divisa per le contese tra genitori.3  Nelle sue storie niente finisce male; le tensioni e le difficoltà non sfociano in situazioni irreparabili e tragiche. Per ogni pena e problema c'è una via d'uscita, una soluzione dettata da intelligenza, creatività, acume e volontà. Anne Fine scruta ciò che accade all'interno delle relazioni adulto-bambino, le sviscera. Mette a nudo i caratteri, le fragilità, i lati oscuri. Indaga e fa venir fuori tutto, sempre con un tocco di ottimismo e ironia. Qui sta la sua forza: riesce a combinare magistralmente tragedia e commedia; sa fondere abilmente la realtà con la fantasia, con l'umorismo, addirittura con l'assurdo.


I romanzi di Anne Fine non si dimenticano facilmente: restano dentro, impressi nella memoria e nella coscienza. Non solo per i temi trattati. La sua è una scrittura densa, spessa, impegnata, ma fluida e scorrevole.
Scorre veloce la lettura di Come scrivere da cani. È necessario però non affrettarsi, non essere precipitosi: il libro cattura ma ha bisogno di essere “posseduto” con la giusta lentezza. Consiglio di soffermarsi sui dialoghi, di prestare attenzione alle parole che si scambiano i protagonisti: due ragazzi e un'insegnante. L'età dei giovani protagonisti non è definita in modo esplicito, si evince dal contesto. Sembrerebbe trattarsi di due studenti di 9-10 anni. Si chiamano Joe e Chester: un uccellino e un rapace; un bambino spaurito smarrito insicuro ingenuo e un ragazzo estroverso navigato brillante sfrontato brutale cinico presuntuoso.
Chester ha cambiato scuola più volte, passando da una città all'altra e da un istituto all'altro. Nonostante i continui trasferimenti, se la cava piuttosto bene a scuola, è arguto, ha un notevole amor proprio. Ma non lega con gli altri. Mantiene sempre una distanza un po' sprezzante. La famiglia si sposta per seguire il lavoro della mamma, donna in carriera. Il papà fa il casalingo, trascorre gran parte del suo tempo in cucina, dove Chester la sera fa i compiti chiacchierando col padre.
Illustrazione di Philippe Dupasquier

Il libro comincia così: la scrittrice ci presenta i personaggi facendoci entrare nel vivo della storia. Ma a raccontare è Chester, appena arrivato nella nuova scuola. Suo è lo sguardo, suo il linguaggio. Probabilmente stiamo leggendo un diario o delle memorie. Non lo sappiamo, non è rilevante. Ci interessano gli eventi, le tensioni che si vengono a creare, le soluzioni adottate, il finale inatteso e spiazzante per il narratore stesso. Iniziamo a leggere e intanto varchiamo la soglia di un'aula, dove sembra regnare l'armonia e il piacere di fare. Immediatamente facciamo la conoscenza della maestra, Miss Tate, intenta a illustrare ai suoi allievi un lavoro da svolgere in vista di una mostra scolastica. Chester va a sedersi in fondo all'aula, al posto che la maestra gli assegna, accanto al banco di Joe. 
Illustrazione di Philippe Dupasquier
Joe e C
Joe ha evidenti difficoltà di apprendimento. Non ha il senso del tempo, non sa scrivere in modo ortograficamente corretto parole e numeri. Ha difficoltà a leggere e sillaba ogni singola parola. Non riesce a scrivere in colonna i numeri per eseguire una addizione o una moltiplicazione. Inverte la posizione delle cifre. Non arriva a comprendere le frazioni, eppure la maestra gliele spiega più volte. Non riesce a calcolare quanto fa sette per otto e poi otto per sette. Joe finge di aver capito per rassicurare l'insegnante e la maestra finge di credere che davvero lui abbia capito.
Miss Tate sembra entusiasta del proprio lavoro, è appassionata a suo modo. Sa che Joe ha delle difficoltà e vuole aiutarlo. Però non comprende fino in fondo che il suo accanimento è una tortura per Joe. Chester non si fa scrupoli di rinfacciare alla maestra l'inefficacia e l'inutilità dei suoi sforzi:

(…) Un giorno le chiesi:
«Perché lo tortura così?»
Miss Tate inorridì, si sentì accusata. «Torturarlo? Che cosa vuoi dire? Stavo solo chiedendo a Joe se ha capito».
«Ma Joe non sa se capisce».
«Forse a un certo punto lo saprà. Ad alcune persone capita.» E mi voltò la schiena. 4
(…) Ce l'aveva con me, si capiva. Ma anch'io ce l'avevo con lei. Come poteva continuare, settimana dopo settimana, a comportarsi come se, in fondo in fondo (…) il cervello di Joe fosse uguale al mio o al suo? Perché non si rendeva conto che i suoi ingranaggi non funzionavano come i nostri?5

Miss Tate non se ne rendeva conto perché aveva un approccio pietistico nei confronti di Joe. E Joe non si scuoteva, non reagiva fino a quando il nuovo venuto cominciò ad interessarsi a lui nel modo scontroso, brusco e cinico che lo contraddistingue. Chester si occupa di Joe adottando con lui, con estrema e brutale naturalezza, una “terapia d'urto”: gli parla senza mezzi termini, gli dice in faccia che è una frana ma non lo deride, non lo insulta, non gli volta le spalle. Non è pietoso. Non lo commisera.  
Illustrazione tratta dal libro "Come scrivere da cani"
Giorno dopo giorno, il “rapace” aiuta Joe sostenendolo nei compiti, insegnandogli dei trucchetti per cercare le parole sul dizionario, per memorizzare le parole difficili e scriverle in modo corretto. Quando Miss Tate assegna a ogni alunno il compito di redigere un manuale su un argomento a piacere, Joe non sa quale argomento scegliere. Non si sente bravo in niente, sa che combinerà dei pasticci. Chester gli propone di scrivere un manuale su una abilità che solo lui ha: “come scrivere da cani”. Joe accoglie la sfida. Lo scopo è spingere Joe a impegnarsi con un atteggiamento non distruttivo, non da perdente. Chester sa però che quel manuale non vincerà alcun premio alla mostra di fine anno. Non ci sono premi per chi non sa scrivere, non sa leggere, non capisce la matematica e non si 
presenta secondo quanto la scuola prescrive. 


Joe aveva mostrato all'amico delle foto delle sue creazioni, decine di costruzioni geniali realizzate con ogni tipo di materiale. Chester ne era rimasto colpito: come può un ragazzo tanto inconcludente essere così creativo e abile manualmente? Il vero talento del goffo e insicuro compagno doveva essere messo in risalto. Il brutale e presuntuoso ragazzo decide quindi di compiere un piccolo atto criminoso e cambia la lista dei premi. Cancella la voce “migliore lavoro di aritmetica” e la sostituisce con “migliore costruzione fatta in casa”.
Chester, con l'aiuto di un operaio della ditta della madre, carica su un furgone tutte le invenzioni di Joe e le porta a scuola. I compagni di classe restano affascinati, stregati.  

Illustrazione di Philippe Dupasquier
Al momento della consegna dei premi Joe riceve dalla maestra una medaglia. Miss Tate in questa occasione
 sembra capire davvero il suo alunno:

Sapevo che avevi dei talenti nascosti. Ora so quali sono, e verrò da te ogni volta che avrò bisogno di modellini per la matematica6.

C'è un'altra medaglia da consegnare. Un premio extra, deciso dagli alunni. È la volta di Chester, “il ragazzo più disponibile della classe”. Tutti i compagni hanno votato per lui perché Joe ha raccontato a gran voce come è stato aiutato. Il brusco, arrogante Chester è colpito, sorpreso, spiazzato. È contento. Quel premio inatteso gli ha permesso di svelarsi a se stesso. È un riconoscimento che sgretola il muro di indifferenza e cinismo che si è costruito per difendersi dagli altri. Finora ha giocato la parte del duro, dell'autarchico, dell'inaffidabile. Forse ora deve davvero meritarselo, quel premio e cominciare ad essere veramente un compagno disponibile e gentile.

Leggendo il libro la mente scorre i volti dei miei alunni, quelli attuali e quelli che ho lasciato. Penso ad Alessio, a Federico, a Marina, a tutti quei bambini che scrivono in modo quasi illegibile, che svolgono gli esercizi come se stessero facendo un piacere all'insegnante; a quelli che hanno difficoltà a ricordare le tabelline, che scrivono “da cani”. Come agire con loro? Che approccio adottare? Da tre anni “lotto” con un bambino che a giorni alterni mi regala fiori e spade. Andare d'accordo con F. è difficilissimo, si è sempre sulla cresta dell'onda, sempre in bilico. Ciò che ci sta aiutando, da un anno in qua, è la geometria. È la carta. Quando si innervosisce sa che può prendere un foglio di carta e farne ciò che vuole. Allora mi porta ogni tipo di invenzione, scatole, girandole, barche, biglietti. A ricreazione si avvicina con un sorriso malandrino e mi chiede di aiutarlo a costruire qualcosa. I compagni hanno riconosciuto la sua abilità, si rivolgono a lui per avere un aiuto in geometria. Ho alzato la posta in gioco con questa disciplina. Mi invento disegni e lavori sempre più complicati e F. sta lì. Ricettivo, attentissimo e pronto a risolvere le difficoltà dei compagni. Anche il suo quaderno sta cambiando aspetto. Piano piano sta diventando più curato.
Il romanzo di Anne Fine ha risuonato in modo potente dentro di me, nutrendo delle riflessioni che coltivo da tempo: in cosa consiste veramente il nostro lavoro di insegnanti? Qual è il giusto approccio di fronte a bambini come Joe? Fino a che punto possiamo spingerci nel nostro accanimento didattico? In quale misura possiamo intervenire in modo efficace senza torturare i bambini, senza fargli vivere la scuola come una prigione, come un luogo cui fuggire per cominciare a fare, fuori, cose davvero interessanti?

Recensione pubblicata nella rubrica Letture della rivista CE del MCE, n° 1/2015

1http://www.annefine.co.uk/ Anne Fine è una delle più affermate scrittrici inglesi per ragazzi e per adulti.
2Anne Fine, Non c'è campo, Salani
3Anne Fine, Un padre a ore (MRS Doubtfire), Salani
4Anne Fine, Come scrivere da cani, BuRagazzi. p. 56
5Ibidem, p.59
6Ibidem, p. 96